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Di Quaresima, il carnevale anticlericale di Poggio Mirteto

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di Giuseppe Fiori


Non tutti se ne sono accorti, ma il 17 febbraio è stato il mercoledì delle Ceneri. Papa Benedetto XVI ha celebrato l’inizio della Quaresima. Lo ha fatto con una processione nel cuore di Roma. «Digiuni e penitenze», ha detto il Pontefice, «non devono essere rituali esteriori. Anche i cuori devono essere sinceramente pentiti».
Chi non ha niente di cui pentirsi, non faccia la penitenza, allora. Devono pensarla così le migliaia di persone che ogni anno, prima domenica di Quaresima, vanno a festeggiare il carnevale a Poggio Mirteto. Un evento che si ripete dal 1861, anno di una rivolta che vide protagonisti gli abitanti di questo paesino della Sabina.

Verso Poggio Mirteto

Sono quattro case e una piazza arrampicate su una montagna. È un centro di cinquemila persone, tutte parecchio anziane e parecchio comuniste. Qui, dal dopoguerra in poi, ha sempre vinto il Pci, che viaggiava regolarmente sul 60%. La Dc, faticava a raggiungere il 10%. Non poteva che essere così un posto dove si festeggia l’unico carnevale anticlericale d’Italia. E non poteva che essere a un tiro di schioppo dal centro mondiale della cristianità. Appena cinquanta chilometri. Un percorso che un treno italiano, com’è normale, copre in più di un’ora.
Il viaggio passa comunque veloce, con il vino nelle bottiglie di plastica e le persone nei vagoni che poco a poco si truccano, si pettinano, si trasformano. Alla stazione di Poggio Mirteto il treno lascia uscire decine di persone. Nessuno si preoccupa di attraversare i binari usando i sottopassaggi. La giornata è quasi primaverile, c’è fretta di arrivare, anche perché al centro del paese mancano cinque chilometri, e le navette, messe in funzione per l’occasione, non aspettano. Perché la stazione ferroviaria sia così lontana dal centro abitato lo scopriremo più tardi.
Il tragitto è tortuoso. Forse le curve, forse quegli autobus che oggi si direbbero “vintage”, forse per le macchine che riempiono tutta la via. La voce si è sparsa. Fino a qualche anno prima, il Carnevalone Liberato era poco più di una festa locale, riservata al paese o al massimo a chi abitava lì vicino. Negli ultimi dieci anni ha conosciuto una crescita enorme, e oggi arrivano persone da tutta Italia, e non solo. Da quel 1861, il carnevale si è sempre festeggiato, salvo una breve pausa durante il fascismo. Si è ripartiti dal dopoguerra. Sono trent’anni che l’Arci lo organizza.

La Chiesa unisce tutti
La piazza centrale, cuore del borgo medioevale, è gremita. Due Chiese si affacciano imponenti. Altrettanto grande è lo striscione che le sfida. «Voi ci guardate perché siamo tutti diversi, noi ridiamo di voi perché siete tutti uguali». Un bel riassunto della festa. Oltre alla consueta mascherata, ai coriandoli, alla musica e alle danze, questo evento accoglie quanto di più anarchico, dissacrante e scorretto si possa trovare sotto Quaresima. Ecco allora in mezzo ai soliti costumi, spiccare, sopra un palchetto, un Gesù Cristo rasta, che con lo sguardo assente benedice la folla; ecco un prete panciuto che vaga con una bottiglia di plastica piena di vino; una madonna coi seni di cartapesta che tentano di allattare un bambinello col naso di un maialino, un papa Avatar che osserva silenzioso le gonne delle ballerine.
Gli strali contro il Governo si sprecano. Al centro della piazza, un Roberto Calderoli di cartapesta sta a 6 metri di altezza e ride felice. Non sa cosa lo aspetta. Poi angeli, diavoli e suore. Alcune con la faccia verde. Poi ci sono i banchetti con i panini, il vino e la bigiotteria, ma non solo. Alcuni stand sono di natura diversa. Troviamo l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti che diffondono volantini del proprio movimento. Un banchetto promuove la «distribuzione gratuita di profilattici contro i farmacisti confessionalisti obiettori». Poi l’Associazione Culturale Civiltà Laica ci ricorda che «la libertà in Italia fu ottenuta combattendo contro il potere clericale». E viene da pensare al 20 settembre del 1870, alla breccia di Porta Pia, quando Giuseppe Garibaldi entrò a Roma decretando la fine dello Stato Pontificio. Gli abitanti di Poggio Mirteto combatterono al fianco di Garibaldi, ma nell’impresa sbagliata. Fu la Battaglia di Mentana, combattuta nel 1867 e finita male per i volontari garibaldini. E allora questo Carnevale diventa anche un po’ la festa degli sconfitti, dei reietti, di tutti quelli che in qualche modo sono “sbagliati”. E infatti, gruppi musicali negli angoli delle strade suonano Gaber e De Andrè. A interrompere i loro concerti spuntano dai vicoli gruppi di percussionisti. Poi tocca ai big, i Ratti delle Sabine e Clyde e la sua banda, cartoni animati a ritmo ska. Poi la scena è tutta di Calderoli. Fra lo scoppiettare dei fuochi artificiali, il pupazzo brucia. È in quel momento che dalle finestre che danno sulla piazza scorgiamo facce non proprio divertite.

Quelli che non sono d’accordo
«Questa festa non piace a tutti», dice Claudio, un signore attempato che gestisce un bar con la figlia. «A volte si lamentano, ma sono la minoranza, quelli che vanno a messa due volte al giorno. La crisi c’è, ma gli incassi del mio bar oggi aumentano di cinque volte rispetto a una giornata normale». Ma non è tutto rose e fiori. «A volte la festa degenera. I ragazzi iniziano a vomitare per le strade e due anni fa hanno perfino picchiato il Presidente dell’Arci di qui. Quello che la festa la organizza!». La perdizione costa. E pensare che un tempo Poggio Mirteto era un’importante sede vescovile. Le cose iniziarono a cambiare quando il paese divenne un polo industriale, ospitando una grande vetreria. Il 24 gennaio del 1861 dalla fabbrica partì un’insurrezione. In breve si trasformò in una sommossa contro lo Stato Pontificio. Nel giro di tre giorni venne siglata l’annessione al Regno d’Italia. Il marchese Gioacchino Napoleone Pepoli volle premiare gli abitanti del paese, facendo passare la ferrovia vicino al centro abitato. Ma gli abitanti di Poggio Mirteto rifiutarono. Chiesero invece di poter festeggiare il carnevale la prima domenica di Quaresima, come segno di ribellione al potere papale. 
Ribellione appunto. La festa dovrebbe essere finita. Da un lato della piazza spuntano delle casse che mettono musica elettronica a tutto volume. I superstiti, quelli con le gambe spezzate dal vino e quelli ancora pieni di energie si ammassano là davanti. Due suore si dimenano a pochi centimetri dalle casse. Molti di loro sono arrivati in treno, e non sanno come ritornare. Ma va bene così. A volte la libertà è la cosa più importante di tutte.


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