Martin Scorsese: Il difficile ritorno a casa degli eroi
Shutter Island: Intervista a Martin Scorsese
di Marco Spagnoli

“La parte più intrigante di questa storia era tutta già nel libro.” Spiega Martin Scorsese, riferendosi al bestseller di Denis Lehane che ha ispirato il suo ultimo lavoro, Shutter Island dove il regista italo americano ha rinnovato il suo sodalizio con Leonardo Dicaprio “E’ un film in costume.” Aggiunge “che racconta le conseguenze del ritorno a casa dei veterani della seconda guerra mondiale. Il fatto che si tratti di quel particolare conflitto è solo un caso. Potrebbe essere qualsiasi guerra quella che viene rievocata con tutto il suo orrore.” Siamo nel 1954, all.apice della Guerra Fredda, quando il capo della polizia locale Teddy Daniels e il suo nuovo partner Chuck Aule (Mark Ruffalo) vengono convocati a Shutter Island per indagare sull'inverosimile scomparsa di una pluriomicida che sarebbe riuscita a fuggire da una cella blindata dell.impenetrabile ospedale di Ashecliffe. Circondati da psichiatri inquisitori e da pazienti psicopatici e pericolosi confinati sull'sola remota e battuta dal vento, i due poliziotti si trovano immersi in un'atmosfera imprevedibile dove nulla è come appare. Con un uragano in arrivo, le indagini procedono velocemente: man mano che la tempesta si avvicina, i sospetti ed i misteri si moltiplicano e diventano sempre piu terrorizzanti e terrificanti con l.emergere di oscuri complotti, sordidi esperimenti medici, lavaggi del cervello, reparti segreti, e un accenno a eventi soprannaturali. Muovendosi tra le ombre Teddy comincia a rendersi conto che piu andra a fondo nell'indagine e più sarà costretto a confrontarsi con alcune delle sue paure piu profonde e devastanti. E capirà anche di rischiare di non uscire vivo dall'isola...
Quanto il cinema americano di quegli anni, che lei cita e omaggia più volte in questo film, è stato influenzato dalla guerra?
Moltissimo. Al di là dei film di guerra, che erano più una rievocazione in forma di entertainment, c’erano due approcci differenti e opposti a quello che è stato il ritorno a casa dei soldati: da un lato abbiamo la versione ‘civile’ come I Migliori anni della nostra vita diretto da William Wyler, dall’altra il cinema noir che è lo sguardo ‘non civile’. E il Noir è durato di più, in quanto profondamente radicato nel mood emotivo e nel tono di un’epoca consapevole per la prima volta della possibilità della devastazione.
Ovvero?
Il cinema di quegli anni risentiva moltissimo dell’incubo atomico come consapevolezza della capacità che gli uomini hanno di distruggere loro stessi e il mondo. L’annullamento della nostra specie è diventato, una possibilità concreta. Qualcosa che poteva concretizzarsi in realtà in solo pochi minuti. La distruzione era una possibilità per tutti coloro incapaci di controllare alcuni aspetti che sono, invece, incoraggiati dalla guerra. Quando spedisci un liceale a fare la guerra per anni, cosa ti aspetti possa fare o diventare quando tornerà a casa? Quanti soldati americani, oggi, uccidono le proprie mogli dopo essere tornati dall’Iraq? E’ difficile parlarne, ma si tratta purtroppo di una realtà.
Shutter Island nasce dal punto di equilibrio tra queste tematiche e alcuni elementi un po’ più ‘pulp’…
Un equilbrio che richiede costantemente, da parte mia, na grande attenzione. In altre parole mi sono avvicinato lentamente al Pulp ripetendo alcune sequenze e ciak fino a toccare il punto di equilibrio come nella scena in cui Leo e Mark Ruffalo escono dalla casa del Professore in piena tempesta e con i fulmini all’orizzonte. Dove ti porta quel tipo di immaginario? Certamente verso un mondo di riferimenti gotici e horror. Sapevo di dovere raggiungere qualcosa di diverso, e per farlo mi sono legato molto alla realtà di quello che vedevo. Quando entri in un manicomio abbandonato non c’è molto da inventare. Puoi sentire il dolore e lo puoi, in un certo senso, vedere snodarsi attraverso quei lunghi corridoi claustrofobici. In questo senso ho voluto inserire anche una targa di un cimitero dove venivano sepolti i pazienti dell’ospedale psichiatrico che non ce l’avevano fatta “Ricordatevi che anche noi abbiamo vissuto, amato e riso.” Questo per fare capire al pubblico che forse i personaggi del mio film sono dei pazzi, ma non per questo non sono umani. Abbiamo sofferto, vissuto, amato, abbiamo avuto problemi e delusioni e siamo finiti qui dove ci avete trovato.” La cella dove incontriamo il personaggio di Emily Mortimer è vera: una finestra, un lettino e mura verdi. E’ un immaginario pulp, forse, ma genuino e reale…
A proposito di realtà, Shutter Island sembra la summa del lavoro di Martin Scorsese in questo momento: cinema un po' "visionario" e documentari…
Il mio prossimo film, The Invention of Hugo Cabret, avrà qualcosa di "magico". Mi piace pensare di potere essere in grado di creare un mondo che sia anche la celebrazione di George Melies e dell’inizio del cinema. I documentari, invece, sono una palestra creativa: Bob Dylan e No Direction Home, i Rolling Stones e Shine a Light riguardavano la sfida della musica. Quello cui sto lavorando adesso su George Harrison, invece, racconta qualcos’altro. Poi realizzerò anche un progetto su una scrittrice newyorkese di nome Fran Leibovitz.
Quando sarà completato il lavoro su Harrison?
Alla fine di quest’anno. Siamo oltre la metà di tutto. La struttura del racconto deriva dalla musica, perché la narrazione è di tipo diverso. Racconti una storia seguendo la forma dettata dalla musica. Il che mi piace molto. 

















