Kathryn Bigelow: la prima regista a vincere l'Oscar
The Hurt Locker: il mio Cinema in Prima Linea
di Marco Spagnoli

"Quello che si vede nel mio film fa paura, perché quello che si vive in Iraq ogni giorno è spaventoso: è un confronto costante e quotidiano con la morte ed è un modo di vivere impensabile per la maggior parte di noi." La regista Kathryn Bigelow parla così del film che le ha permesso di vincere l'Oscar. Il primo mai ricevuto da una regista. "Il mio lavoro è il risultato di un'esperienza reale: uno sguardo sincero ed autentico su un conflitto di cui noi, in America, sappiamo ogni giorno sempre meno."Alta un metro e ottantadue, fisico da modella e aspetto da eterna quarantenne, nonostante abbia compiuto cinquantanove anni lo scorso novembre, Kahtryn Bigelow è la più importante filmaker donna nel campo del cinema d'azione. Regista di film come Point Break e Strange Days, ha diretto una pellicola sorprendente la cui rilevanza artistica è altrettanto significativa quanto quella politica. "Questo film nasce da una possibilità abbastanza unica: quella di basarsi su una sceneggiatura scritta dal mio compagno Mark Boal, un giornalista che è stato in Iraq insieme alle truppe americane e che è stato testimone in prima persona di quello che io ho poi mostrato sullo schermo e non si è mai visto prima."
Lei non faceva film da qualche anno, cosa l'ha spinta verso questo soggetto?
Da un lato mi interessava mostrare la vita degli artificieri in Iraq che fanno il mestiere più pericoloso del mondo arrivando, in meno di un anno a disinnescare svariate centinaia di bombe. Dall'altro desideravo affrontare un tema così attuale e viscerale, riguardante una guerra in corso, per provare a capire come siamo finiti in questa situazione.
Ancora una volta lei torna a parlare di una 'dipendenza': non più dal surf o da una droga furutistica, bensì dall'adrenalina del campo di battaglia…
Io reagisco in maniera molto istintiva alle storie che decido di raccontare e non razionalizzo mai il mio lavoro. Sicuramente esiste una forma di dipendenza psicologica dalla guerra, ma - per me - la cosa più importante era mettere il pubblico in condizione di sentirsi in prima linea al fianco di soldati, che è bene ricordare sono tutti dei volontari. Tale aspetto rende ancora più interessante il paradosso di un conflitto orribile verso cui la gente è attirata per motivazioni personali differenti.

Qual è il senso di fare un film su una guerra le cui immagini sono mostrate ogni giorno dai media tradizionali e su Internet?
Il modo in cui i media raccontano la guerra è diverso in Europa rispetto agli Usa. Nonostante siano oltre quattromila i soldati americani caduti in Iraq sono state pubblicate appena sei foto che mostrano la loro morte. Questo è il sintomo di un certo tipo di censura che esiste da noi riguardo a questo conflitto. Per me The Hurt Locker rappresentava la possibilità di mostrare la verità di quello che accade e la futilità dell'occupazione americana del territorio iracheno.
.

















